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La terza volta PDF Stampa E-mail
di Lennox   
domenica 21 dicembre 2008

Active ImageScendo l’ultimo gradino della rampa, sulla pista battuta dalla pioggia.

Freddi gli aeroporti.

La mia pelle è ferma a qualche ora prima, a sud, al sud, e reagisce al gelo senza ritegno rabbrividendo di sorpresa.

All’interno del taxi l’autista, un cinquantenne dai tratti berberi, ha ricreato il clima di una foresta pluviale; la mia pelle si quieta un istante, poi ricomincia a soffrire; io mi allento la sciarpa strategica e guardo fuori.

Il mio orario di arrivo non coincide con i suoi tempi, lo sapevo già. Così arrivo in città e scendo dalle parti del fiume. Terzo cambio di clima. La pioggia è ancora gelida, sottile, insistente. Comunque è proprio come mi aveva detto lei una volta, l’umidità qui sale dal lago, sale dal fiume, e non sembra interessarsi alle persone, ma assale il cielo e lassù si raddensa e annebbia.

 

Ho un po' di tempo, faccio il ponte coperto, mi soffermo sui pannelli antichi sulle pareti in legno e mi tuffo nella città vecchia. E' carnevale e le strade del borgo sono piene di gente, nonostante il freddo. Incrocio in rapida sequenza tre bande di musicanti improvvisati, che sparano il loro repertorio del momento: la prima disegna una giga, la seconda storpia qualcosa di altero, Wagner credo. La terza, un quartetto di anziani, propone a me e ai passanti increduli Penny Lane dei Beatles. E' troppo; ed è anche tardi. In qualche modo raggiungo il complesso dedicato al generale francese, ma sono in leggero anticipo e decido di prendermi un Laphroaig. Sono scozzese, mi piace il whisky delle terre che ho viste per prime, ma ne bevo uno al mese, da solo, e così a fine anno riesco a ricordarmi il perchè e il quando di ciascuna delle mie bevute.

Arriva. Bella non c'è che dire. Parliamo pochissimo, ci diamo un bacio vero, un bacio solo. E’ la terza volta che ci incontriamo. La prima, nello strano hotel musicale ci siamo assaggiati. La seconda, lontano da qui, ci siamo capiti. Credo che la terza volta, questa volta, sarà quella in cui ci riconosceremo. Il panorama della città che si vede da qui è davvero bellissimo.

Abbiamo cenato a casa sua, e lì si che abbiamo parlato. E nel suo letto ci siamo riconosciuti, in effetti. Siamo stati come la n° 1321 e il n° 1322, due tessere colore blu inchiostro, apparentemente uguali a tutte le altre che compongono il cielo notturno del puzzle da 10.000 pezzi del Taj Mahal immerso in una notte indiana nerissima e artificiosa.

Io sono artificioso; e quello che volevo dire è solo che ci siamo incastrati alla perfezione, in quel senso...in altri. Per restare in tema di subcontinente indiano, non parlo solo di donne cavallo e uomini toro, per intenderci.

Avevamo solo quella notte, la terza volta. La notte è lunga, ma la mattina dopo la tenebra indiana è completa, il Taj Mahal non ancora.

 
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