| “Ti aspetto fuori” |
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| di Kowalsky | |
| sabato 03 gennaio 2009 | |
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Un bambino ripete al fratello la sua cantilena, ho un euro e dieci euro, ho un euro e dieci euro. Mi chiedo come mai dica così; ha l'età giusta per sapere che dieci più uno fa undici, e anche se non volesse sommare due entità materialmente diverse fra loro, come carta e metallo, dovrebbe logicamente tendere a nominare prima l'entità più grande. Ovvero la più importante. E allora perchè non dice ho dieci euro e un euro?
Per empatia torno a quand'ero bambino, e ricordo quanto gli oggetti di metallo erano preziosi per me. Comprese le monete. Non capivo perchè gli adulti dessero più valore alle banconote, pezzi di carta a volte sgualcita, scolorita e spesso con un cattivo odore (annusavo tutto). Tutt'al più potevano servire per prendere qualche spunto per le greche che il maestro ci imponeva di disegnare su ogni pagina del quaderno a quadretti. Le macchinine di metallo invece, esercitavano su di me un fascino irresistibile. Più pesavano più erano preziose. Le potevi tenere in tasca e percepirne in ogni momento la loro consistenza, la loro presenza, la loro compagnia. Avrei fatto qualunque cosa per averne una, ancora meglio se era una jeep o un camioncino, con le sue ruote che giravano intorno ai loro assi e bastava una leggera spinta per fargli fare lunghi tratti. E se cadeva non si rompeva. Sorrido e annuisco. Comprendo il bambino. Metto la mano in tasca e la tiro fuori con gli spiccioli che ho trovato: due euro e sessanta. Ma ho la carta di credito. |
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